È l’ora in cui alle parole bisogna far seguire i fatti

Marco Martinelli e Ermanna Montanari

È l’ora in cui alle parole, alle dichiarazioni, ai manifesti, bisogna far seguire i fatti.

Ma anche ieri, e l’altro ieri, e la scorsa settimana, e lo scorso mese, e anche negli anni che ci stanno alle spalle, anche in quel tempo bisognava far seguire alle parole i fatti.

Quindi, che cambia? È solo un altro cataclisma, particolarmente subdolo. E oltremodo generalizzato. Se guardiamo un po’ più in là del nostro cortiletto, nel tempo e nello spazio, l’umanità da sempre affronta guerre, massacri, carestie, crisi economiche e pestilenze. Stavolta la “cosa” sembra così terribile perché ci tocca in particolare, e tocca in particolare (per ora) le Nazioni ricche. Certo, non solo sembra: è terribile. E incalcolabili saranno le conseguenze sul piano dell’economia, dei posti di lavoro, della povertà crescente.

Veniamo a noi. È l’ora in cui il Teatro Rasi, luogo di residenza permanente delle Albe e spazio pubblico di ospitalità, è chiuso. L’ora in cui tutte le tournée sono bloccate. È l’ora in cui in “cassa” non entra nulla.
È l’ora in cui abbiamo fermamente mantenuto un principio di equità e rigore nei confronti di tutti noi, soci e dipendenti, 37 persone “stabili”, che da sempre, da quando nei primi anni Ottanta il Teatro delle Albe ha preso avvio dall’ iniziativa dei quattro fondatori fino al raggiungimento del numero attuale, ricevono tutte lo stesso stipendio mensile, attori tecnici organizzatori, direzione artistica compresa, con varianti non “sostanziali”. La sostanza, il pane che si condivide, è la stessa.
È l’ora di stare legati ai nostri principi comunitari: tutti noi (e “tutti” è una parola sacra”, diceva Aldo Capitini) abbiamo lo stesso salario, che varia dai 1000 ai 1400 euro. È una pratica che portiamo avanti fin dall’origine della compagnia, ispirata ad antichi modelli. Non ci saranno licenziamenti. Alcuni di noi, senza distinzione tra i 12 soci e i 25 dipendenti, andranno in cassa integrazione. Strutturata in forma di cooperativa, la compagnia tramite il “fondo cassa”, accumulato in tre decenni di buona gestione, colmerà la differenza tra la cassa integrazione e lo stipendio normalmente percepito.
È l’ora, anche, di guardare agli scritturati: a quelli impegnati nei nostri spettacoli in questo periodo, pagheremo le giornate di lavoro non effettuate. E siamo al loro fianco per consigliarli e aiutarli a ottenere sussidi quali la disoccupazione e l’assegno di 600 euro previsto in questo periodo.

Diciamo che, in assenza di nuove entrate, la nostra “autonomia”, le “scorte” interne, ci permettono di arrivare a fine estate: oltre, il buio. Anche perché il teatro è l’arte dei corpi e della prossimità: se viene a mancare questo fondamento, viene a mancare il teatro. Ogni forma di surrogato on line, a distanza, può anche dare buoni frutti, ma non sarà mai teatro. Sarà sempre un’altra cosa.

Tornando quindi a uno sguardo sull’orizzonte più largo, dovrebbe, potrebbe essere l’ora in cui i criteri politici, quelli dell’intera polis, la Nazione e i suoi cittadini, prevalgano sugli egoismi finanziari; in cui ci si renda conto che distruggere gli ecosistemi, desertificare e avvelenare il pianeta, con le conseguenze imprevedibili che genera, non è un profitto per nessuno, alla fin fine neanche per coloro che ci fanno sopra i profitti; in cui, per stare al continente di cui siamo parte, sorga un’Europa del “bene comune” e non delle speculazioni in borsa. Se tutto questo avvenisse, ecco che quest’ora portatrice di morti e distruzione potrebbe trasformarsi in un’ora benedetta. Vietato farsi illusioni. Auspicabile nutrire le possibilità di cambiamento.

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